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1 febbraio 2025.TRUMP impone dazi a Cina, Messico e Canada. . 3 febbraio 2025. Contrordine: sospesi i dazi per un mese a Messico e Canada.

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    Progressisti lombardi Blog di informazione
  • 9 feb 2025
  • Tempo di lettura: 3 min



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Dazi sulla Cina al 60%, o forse no. Tariffe anche per Canada e Messico il primo giorno alla Casa Bianca, o forse no. Dazi sui due Paesi confinanti con gli Stati Uniti al 25%, o forse no. È la politica negoziale e transazionale di Donald Trump, l’immobiliarista newyorkese: minacciare, bluffare, negoziare, ottenere, rivendicare. Almeno sulla carta, perché i rendimenti marginali di una simile linea politica non possono che essere decrescenti a mano a mano che i bluff vengono svelati e appaiono sempre meno credibili. Leggendo il post su Truth con cui il presidente americano ha annunciato la pausa dei dazi al Canada in cambio di impegni di Ottawa sul confine è difficile trovare giustificazioni alla retromarcia: il piano canadese per la sicurezza del confine da 1,3 miliardi di dollari era già stato annunciato a dicembre e i 10mila soldati erano già schierati da tempo.

Quanto sono credibili le minacce di Trump lo scopriremo nei prossimi mesi, quando dovrà decidere se concretizzare le tariffe su Messico e Canada, se rendere realtà le minacce all’Unione europea (che continua ad accusare di “trattare molto male” gli Stati Uniti visto il suo avanzo commerciale). E prima di tutto come rispondere alla Cina che per ora ha quasi porto l’altra guancia, con dazi ritorsivi su circa 20 miliardi di merci americane rispetto ai 450 miliardi di export cinese colpito da Trump.

Ma i dazi non possono che aumentare i prezzi pagati dai consumatori americani. Una realtà che ha ammesso lo stesso Trump (“sometimes”), per quanto senza convinzione. Secondo Goldman Sachsogni punto percentuale in più di dazi medi sulle importazioni americane comporta un aumento dell’inflazione di base di 0,1 punti percentuali e mezzo punto decimale in meno di crescita. I dazi inizialmente annunciati su Messico e Canada e quelli entrati in vigore sulla Cina dunque – ipotizzando una ritorsione completa – incrementerebbero l’inflazione USA di quasi un punto percentuale e farebbero perdere alla crescita del PIL circa mezzo punto di velocità di crociera. Se invece Trump dovesse rendere realtà tutte le promesse elettorali (significherebbe tornare al protezionismo dell’inizio del secolo scorso, poco probabile al momento), l’inflazione aggiuntiva supererebbe i due punti percentuali e la crescita americana si dimezzerebbe.

La ragione è semplice: il costo dei dazi ricade spesso sulle spalle delle imprese e dei consumatori di chi li impone. Gli economisti la chiamano traslazione dell’imposta. Vale a dire il fatto che non sempre chi è tenuto legalmente a versare una tassa è chi la paga davvero. Da martedì le aziende americane che importano merci dalla Cina devono versare all’agenzia doganale americana il 10% del valore di acquisto dei prodotti. Una novità che ha con ogni probabilità portato a una rapida rinegoziazione dei contratti: chi pagherà veramente questa imposta dipende dai rapporti di forza tra le imprese. Più una società ha le spalle larghe e ha la possibilità di cambiare fornitore o acquirente a bassi costi, meno sarà esposta al rischio di sobbarcarsi il peso dei dazi. È la teoria dell’elasticità della domanda e dell’offerta. 

Cosa è accaduto in passato? Secondo un famoso studio pubblicato sull’American Economic Review un aumento del 10% delle tariffe americane sulle merci cinesi è stato associato tra il 2005 e il 2020 a un incremento del prezzo di importazione del 9,4%. Il peso è stato quindi subito spesso dagli importatori, nella maggior parte dei casi aziende americane quindi costrette a ridurre i propri margini o trasmettere al resto della filiera i costi aggiuntivi. Fino ai consumatori finali, che tuttavia non sempre sono raggiunti dagli extra-costi. Dipende da mercato e mercato: un secondo studio che ha analizzato gli effetti della guerra commerciale del primo mandato Trump ha evidenziato che i listini finali delle lavatrici cinesi colpite dai dazi sono rincarati di circa il 12%. Un incremento che ha colpito anche i prodotti importati da altri mercati e pure i beni complementari non soggetti a dazi come le asciugatrici. Un effetto che non si è invece verificato con questa portata per i consumatori finali su acciaio e alluminio.

Le minacce di Trump dovranno dunque fare i conti con le conseguenze che avrebbero i dazi sull’economia americana. Il Partito repubblicano ha espugnato la Casa Bianca con la promessa di abbassare i prezzi. Che è impresa di tutt’altra natura che riportare sotto controllo l’inflazione, missione già pressocché portata a termine dalla Federal Reserve. Trump ha reso chiaro di voler ridurre i prezzi, in particolare puntando sull’espansione della produzione di energia made-in-USA. Un’impresa ardua con gli odierni livelli di crescita economica, che non pare destinata a rallentare con le politiche espansive di Trump e con queste premesse sulla politica commerciale.

 
 
 

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