L’Italia tra liberismo, protezionismo, autarchia, integrazione europea, globalizzazione dal 1861 al 2025
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- 10 apr 2025
- Tempo di lettura: 16 min
Dalla collana in undici volumi: Storia della II e III Repubblica dal 1994 al 2018 e dello Stato Sociale . Autore : Silvano Zanetti
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5.3 – La grande depressione in Italia 1876-1896

Complesso industriale tessile fine ottocento a Crespi d'Adda ( Bergamo)
Giugno 1876 l’Assemblée National de France respinge il nuovo accordo doganale con l’Italia. I nuovi dazi doganali imposti dall’Italia ai prodotti esteri proteggeranno la nascente industria Italiana.
Dall’Unità d’Italia alla seconda metà degli anni novanta dell’Ottocento, il PIL pro capite italiano crebbe ad un tasso medio annuo pari a circa la metà di quello del Regno Unito, la superpotenza economica del tempo. La popolazione aumentò dello 0,65% l’anno e il PIL totale dell’1,24%.
Il tasso medio di crescita (1861-1897) del valore aggiunto per l’agricoltura fu dello 0,97% annuo, dell’1,37% per il settore dei servizi e dell’1,56% per l’industria (tutti i dati sono relativi ai confini attuali).
La spiegazione del mancato aggancio al positivo sviluppo delle economie atlantiche è da ricercare nella complessità dei problemi che il nuovo Stato italiano dovette affrontare. Esso aveva una popolazione eterogenea di 26 milioni di abitanti, proveniente dalla fusione di 7 stati, (pochissimi parlavano correttamente l’italiano, tantomeno il Re Vittorio Emanuele II). Occorreva introdurre i nuovi codici civile e di diritto commerciale e rivedere la divisione dei poteri legislativo, esecutivo, e giudiziario. La diffusione dell’istruzione elementare obbligatoria77 e l’accresciuta libertà d’impresa furono i primi potenziali fattori da privilegiare per promuovere la crescita. Perché si potesse parlare di un mercato occorreva che si affermasse la moneta unica,78 l’omogeneità dei pesi e delle misure, una regolazione unica degli intermediari finanziari,79 la tassazione uniforme, la tariffa doganale unica, trattati commerciali da rivedere, e così via.
Parlare di liberismo economico, che avrebbe favorito in un unico mercato la libera circolazione delle merci, presupponeva l’esistenza di strade, o facili mezzi di trasporto. In Sicilia e Calabria non esistevano strade interne degne di questo nome. Il mercato si svolgeva in molti casi su barconi che cabotavano lungo la costa. Il nuovo Regno da subito collegò Bologna con Ancona e poi in un decennio fu possibile da Genova giungere a Roma ed a Napoli e Bari che fu collegata con Ancona. Ma i grandi vantaggi nel trasporto merci e persone si ebbero solo con i collegamenti dai capoluoghi costieri con i borghi interni che furono realizzati verso fine secolo.
Sotto pressione degli industriali della seta, dell’industria nascente e dei professori della cattedra che peroravano la introduzione di dazi sulle importazioni di macchinari per proteggere la manifattura indigena che avrebbe ricompensato o stato con le tasse derivanti dal maggior valore prodotto .
D’altra parte i Governi della sinistra, succedutisi dopo il 1876, prendevano atto della crescita di un nuovo blocco sociale costituito da industriali, borghesia cittadina, agrari (non latifondisti) e finanza( con le elezioni legislative si era allargata la base elettorale) che erano ormai pronti ad impegnarsi per una profonda trasformazione del paese e reclamavano il Protezionismo per poter meglio esplicare le loro capacità nell’interesse del paese. La grande depressione, dunque, portò al superamento del liberismo e ad una concezione economica, politica e sociale più moderna.
Nel settore agricolo il protezionismo non produsse molti benefici, tranne che nella Valle Padana, dove si assistette in molti casi a processi di “radicale trasformazione in senso capitalistico”: riconversioni tecnico-organizzative, allargamento delle colture granarie, graduale dissolvimento della mezzadria, uso costante di concimi chimici, incremento di produzioni foraggere e allevamento di bestiame selezionato.
Assumevano un maggior peso i gruppi di pressione industriali all’ombra dell’establishment monarchico-militare, intorno a cui ruotavano seri imprenditori ma anche faccendieri e profittatori. Lo storico Alexander Gerschekron rileva che, in Italia, già a partire dal 1883, un’eccezionale espansione della spesa pubblica si andava indirizzando verso lo sviluppo dell’industria pesante, dei cantieri navali,81 delle costruzioni ferroviarie e dei trasporti collettivi.82
5.4 – Il decollo industriale in Italia (1896 -1915)
Verso la fine degli anni Novanta dell’Ottocento il PIL pro capite italiano era sceso al 38% di quello della Gran Bretagna (dal 45% nel 1870); nel 1913 raggiunse quasi il 54%. Tra il 1897 e il 1913 il PIL totale e pro capite dell’Italia aumentarono in media rispettivamente del 2,4 e 1,6% annuo, mentre la produzione industriale crebbe in media del 3,8% ogni anno e l’agricoltura dell’1,7%.
Il ritmo di crescita della produttività aumentò in tutti i settori a partire dagli anni 1880 e accelerò ancora alla fine del secolo. Tra il 1901 e il 1911, durante la cosiddetta «età giolittiana», la produttività del lavoro ebbe un incremento del 2,5% annuo nell’industria e del 2,2% nel settore dei servizi. In alcuni settori industriali (metallurgia, motori a vapore, elettricità ed elettromeccanica) la produzione crebbe a tassi a due cifre.
Dopo il 1896, si realizzarono quindi in Italia le premesse favorevoli che, in meno di 30 anni portarono l’Italia a compiere la sua rivoluzione industriale, con politiche monetarie, fiscali, di cambio e sociali che stabilizzarono la società italiana ed accrebbero la fiducia degli investitori italiani ed esteri:
a) Una serie di bilanci in pareggio risvegliò l’interesse per l’Italia degli investitori stranieri. Il rapporto debito/PIL diminuì rapidamente. Nel 1906, la fiducia era così elevata che la conversione volontaria della Rendita italiana dal 5 al 3,75% fu sottoscritta da quasi tutti i portatori del titolo, i pochi che rifiutarono la conversione furono rimborsati alla pari.
b) Tasso di cambio: la convertibilità aurea della lira non fu mai reintrodotta in via ufficiale, ma le autorità monetarie ne simulavano l’esistenza, mantenendo il tasso di cambio entro i punti dell’oro, a volte persino sopra la vecchia parità. Lo spread sui tassi di interesse sui titoli di Stato italiani rispetto a quelli di Parigi e Londra si ridusse considerevolmente.
c) Progressività nell’ordinamento fiscale: si iniziò dall’imposta di successione nel 1902, poi si continuò con l’abolizione del dazio comunale sui farinacei nel 1902 ed infine con la municipalizzazione di importanti servizi pubblici nel 1903.
d) Il protezionismo era di fatto mitigato dagli accordi di libero scambio con alcune nazioni che di fatto riduceva le tasse in alcuni casi a valori inferiori al 10%
e) Il pesante intervento dello stato nell’economia in particolare con gli investimenti nella marina militare e nell’esercito.
Si instaurò un circolo virtuoso in cui la stabilità del tasso di cambio fu al tempo stesso causa ed effetto delle rimesse degli emigranti, dato che esse fornirono combustibile alla «prima rivoluzione industriale».
Nonostante una crescita sostanziale delle esportazioni, il deficit commerciale aumentò, a causa dell’importazione di materie prime e cereali a basso prezzo da oltreoceano, ma anche e soprattutto per la massiccia importazione di macchinari legati alle nuove tecnologie. L’economia italiana si stava già caratterizzando come un’economia di trasformazione: importava materie prime e macchinari di alta tecnologia (quando possibile venivano copiati) per esportare beni lavorati. La tariffa del 1887, relativamente alta ma certo non proibitiva, rimase in vigore, ma fu progressivamente mitigata da trattati commerciali che contenevano «la clausola della nazione più favorita» che fu estesa a quasi tutti i paesi Europei.
È forse sorprendente, visto quanto accadde nelle rivoluzioni industriali di altri paesi nella prima metà del secolo, che la tardiva industrializzazione dell’Italia si fosse dimostrata insolitamente «benevola» nei confronti delle classi più basse: la speranza media di vita si allungò a 45 anni, l’incidenza del lavoro minorile calò sensibilmente e la statura delle reclute italiane aumentò. Di certo sorprendenti sono la riduzione delle disparità nel reddito e nei consumi e la diminuzione della povertà assoluta. Di certo l’influenza della Chiesa Cattolica ben radicata nel popolo con il circuito delle parrocchie provvide a stemperare l’aggressività dei capitalisti liberal-massoni e, essendo detentrice di una buona parte di ricchezza agraria, immobiliare e mobiliare, partecipò indirettamente al finanziamento di iniziative benefiche ed industriali (istituzione di banche popolari, e Casse di Risparmio). Il conflitto tra il Papa e lo Stato Italiano per la perdita del potere temporale della Chiesa riguardava solo le gerarchie ecclesiastiche e laiche. Il basso clero ed alcuni vescovi locali si schierarono di fianco agli operai ed in ogni caso la Chiesa locale esercitò un’opera di mediazione tra i capitalisti ed i sindacati degli operai.
Nel 1892 fu fondato il Partito socialista; crebbe l’adesione ai sindacati; i cattolici socialmente impegnati presero forza (nel 1891 papa Leone XIII aveva pubblicato l’enciclica sociale Rerum Novarum) e, cosa più importante, dall’Unità a oggi i governi dell’età giolittiana si qualificarono per una visione di più ampio respiro della democrazia liberale e assunsero una posizione di apertura verso i socialisti moderati e cattolici, entrambi fautori di riforme sociali.
5.4.1 – Il triangolo industriale di fine ‘800: Lombardia,( industria meccanica, gomma, elettrica, e tessile) Liguria (cantieristica ed armamenti, Piemonte( automobili , tessile) …………………
………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..Alla vigilia della prima guerra mondiale l’Italia aveva compiuto in solo trent’anni la sua rivoluzione industriale. Almeno limitatamente al triangolo industriale. Tra il 1897 e il 1913 il PIL totale e pro capite dell’Italia aumentarono in media rispettivamente del 2,4% e 1,6% annuo, mentre la produzione industriale crebbe in media del 3,8% ogni anno e l’agricoltura dell’1,7%. Il ritmo di crescita della produttività aumentò in tutti i settori a partire dagli anni 1880 e accelerò ancora alla fine del secolo. Tra il 1901 e il 1911, durante la cosiddetta «età giolittiana», la produttività del lavoro ebbe un incremento del 2,5% annuo nell’industria e del 2,2% nel settore dei servizi.
Questi risultati furono possibili grazie ad una moderata politica “protezionista” che permise la nascita e lo sviluppo di alcune attività industriali impossibilitate, senza una protezione doganale, a battere i minori costi dei costruttori stranieri.
Tuttavia, Hobsbawm dice che il protezionismo da solo non sarebbe stato in grado di risolvere tutti i problemi del capitalismo. La risposta fu, insieme alle tariffe doganali, “una combinazione di concentrazione economica e di razionalizzazione delle imprese_.” In altre parole, la formazione dei trust e il taylorismo. Per quanto riguarda i trust non si trattò tanto di operazioni strettamente monopolistiche o oligopolistiche – che pur si manifestarono ed ebbero un certo peso – quanto di intese interaziendali che ridussero la concorrenza, di nascite di società d’affari a spese di ditte individuali, di grandi società finanziarie che ridimensionarono quelle minori. Si trattò di una tendenza alla concentrazione, ma non fu la brutale e ineluttabile espulsione dal mercato di tutte le imprese di piccole dimensioni.
L’organizzazione scientifica dell’impresa (taylorismo), ideata da Frederick Taylor, aumentò la produttività aziendale:
a) trasferendo il controllo del processo lavorativo dal lavoratore o dal gruppo (che prima lo gestiva autonomamente, usando anche i propri strumenti di lavoro) alla direzione aziendale che gli diceva esattamente cosa fare e fornendogli strumenti e i macchinari di produzione;
b) frazionando ciascun processo lavorativo determinandone tempi e ritmi (catena di montaggio);
c) introducendo vari sistemi di remunerazione salariali incentivanti in base ai risultati. Inoltre, i trust e il taylorismo, a livello di direzione e gestione dell’azienda, sostituirono il vecchio proprietario con dirigenti stipendiati il cui lavoro era controllato dagli azionisti sostituitisi al fondatore dell’azienda o ai suoi eredi.
L’industriale che per primo adottò il taylorismo fu Henry Ford, il fondatore della famosa industria automobilistica, da cui uscì, nel 1908, il famoso “Modello T”. Egli non solo applicò il metodo messo a punto da Taylor ma pagava i suoi dipendenti con alti salari, consentendo alla classe operaia un benessere mai conosciuto. Ciò fece degli operai, non solo i produttori di un bene, ma anche i consumatori: infatti essi acquistavano le automobili che costruivano. Il taylorismo si diffuse, poi, in tutto il mondo capitalistico che lo riconosceva con la famosa espressione di “fabbrica fordista”. Questo modello durò fino a tutti gli anni Settanta del Novecento.
Italia dal 1918al 1945

4.6.4 – La situazione economica e politica in Italia fra le due guerre mondiali
Il debito pubblico durante la guerra 1914-18 aumentò di più di 100 miliardi di lire, il rapporto deficit/PIL salì dall’81% del 1914 al 125% del 1920 ma, se si include anche il debito estero, risultava del 160% nel 1920.
La principale fonte di sostegno finanziario fu il debito estero, che l’Italia dovette sottoscrivere soprattutto con Gran Bretagna e Stati Uniti con contratti lire-oro, che subirono un grosso sbalzo dovuto alla svalutazione della lira. Il debito estero raggiunse i 22 miliardi nel 1919 e quasi 33 miliardi nel 1922, ma questo, dopo una serie di lunghi negoziati che incominciarono nel dopoguerra, fu in gran parte condonato all’Italia, mentre la parte restante andò in compensazione con le riparazioni tedesche.
Successivamente, con la moratoria decretata da Hoover nel 1931, si giunse al completo cancellamento del debito e delle riparazioni. Queste sono le motivazioni che fecero scomparire quasi completamente il debito estero dalle serie storiche nel passaggio dal 1925 al 1926, lasciando solamente un piccolo debito con gli Stati Uniti conosciuto come Prestito Morgan che fu successivamente onorato dal Governo fascista.
1919/1920 è considerato il biennio rosso per i tentativi di insurrezione sul modello bolscevico dovuto al fatto che le fabbriche dovettero riconvertirsi dall’economia di guerra ad una economia civile. Nonostante questo nel 1921/22 l’Italia si accodava alla ripresa mondiale e sembrava che lo Stato liberale avesse superato gli esami. Purtroppo non fu così, Benito Mussolini, fiutato che il tempo non stava lavorando a favore del suo violento partito fascista, con solo il 10% dei voti con la marcia su Roma ottobre 1922 ottenne da un Re pusillanime l’incarico di formare un governo di coalizione.
Dal 1922 al 1925, con Benito Mussolini Presidente del Consiglio, in cerca di consolidamento con le buone o con le cattive del suo potere, il ministro delle finanze e del tesoro era Alberto De Stefani, il quale perseguì sostanzialmente le politiche dei suoi predecessori che stavano lentamente riportando il bilancio statale in ordine con l’eliminazione delle spese straordinarie e l’aumento delle entrate ordinarie.
Il Governo fascista volle solamente accelerare questo processo di risanamento dei bilanci e più che agire sulle entrate, tagliò drasticamente alcuni campi della spesa pubblica. Circa l’aspetto contributivo, De Stefani ne allargò la base, inglobando numerose categorie sociali fino ad allora escluse e abbassando le aliquote, specialmente per le categorie che riteneva più inclini all’investimento, portando a una lieve flessione della pressione fiscale.
Fu proprio questa sua volontà di riattivazione dell’iniziativa privata che portò al taglio della spesa pubblica “improduttiva” attraverso il licenziamento di 65.000 impiegati pubblici non di ruolo e di circa 27.000 ferrovieri, e l’apertura ai privati delle assicurazioni sulla vita, dei telefoni e tramite la riorganizzazione della gestione di alcuni servizi mediante la creazione di enti autonomi.
La guerra segnò un tragico spartiacque tra la «prima globalizzazione» e la successiva «de-globalizzazione», durante la quale la storia dell’economia italiana può essere divisa in due periodi.
Fino al 1929 il tasso di crescita del Paese fu di poco superiore alla media dell’Europa occidentale, più alto di quello del Regno Unito ma inferiore a quello della Francia.
Tra il 1917 e il 1929 (entrambi picchi ciclici) il PIL italiano crebbe del 2,2% all’anno. Tra il 1922 e il 1929, il tasso di crescita annuale dell’Italia fu un notevole 4%, infatti nel 1922 fu grosso modo nuovamente raggiunto il più alto livello di PIL del periodo prebellico. La crescita raggiunse il 6,1% annuo tra il 1922 e il 1925 – la fase «liberale» del regime fascista – con un aumento delle esportazioni a un ritmo annuo del 18,7%. Il primo Governo Mussolini riprese le fortunate politiche macroeconomiche prebelliche: il deficit fu eliminato nel 1925, diminuì il rapporto fra debito e PIL, il tasso di sconto rimase a livelli relativamente bassi, rimase in vigore la sospensione dei dazi sull’importazione di cereali instaurata durante la guerra.
Il 1925 fu lo spartiacque politico ed economico dell’epoca fascista: iniziò formalmente la dittatura di Mussolini, ci fu un crack del mercato azionario (causato da un overtrading delle banche), furono reintrodotti i dazi sull’importazione di grano e fu aumentata la protezione doganale a favore della meccanica pesante e della siderurgia. Fu infatti nominato ministro delle Finanze Giuseppe Volpi, un rappresentante di alto profilo dell’industria pesante, al posto del professore di economia Alberto De Stefani.
il 18 agosto 1926 a Pesaro da Benito Mussolini, il quale dichiarava che:“La nostra lira, che rappresenta il simbolo della Nazione, il segno della nostra ricchezza, come il frutto delle nostre fatiche, dei nostri sforzi, dei nostri sacrifici, delle nostre lacrime e del nostro sangue, va difesa e sarà difesa.” Al momento del discorso pronunciato da Mussolini, il cambio era pari a 153 lire rispetto alla moneta britannica, cosicché “Quota 90’” – cioè 90 lire per una sterlina – divenne l’obiettivo fondamentale e qualificante del regime fascista, da conseguire attraverso delle rigide misure economiche e monetarie, come per esempio il consolidamento dei titoli di Stato e la riduzione di prezzi e salari, causando ineluttabilmente la costrizione del denaro circolante che provocò una ulteriore stagnazione dell’economia, la crisi delle imprese produttrici dei beni di consumo. In effetti, molti economisti hanno sottolineato che, individuando un rapporto di cambio più alto tra lira e sterlina, verosimilmente l’economia nostrana alla lunga ne avrebbe tratto beneficio; tuttavia, la visione troppo nazionalista e la presunzione del regime erano volti al consenso e all’apparire piuttosto che all’essere, con il risultato che a metà degli anni 30’ la situazione economica e sociale era perfino peggiorata, con l’adozione dell’autarchia – che fu la risposta adottata dal regime fascista a seguito della condanna deliberata dalla Società delle Nazioni subito dopo la Guerra d’Etiopia del 1935-1936 -, e la fuoriuscita dell’Italia dal ristretto novero delle economie occidentali.
Contrariamente all’esperienza del periodo 1896-1913, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito aumentò negli anni Venti. Il numero medio di ore lavorate per occupato crebbe nei primi anni Venti, per poi diminuire sensibilmente dopo il 1925. I tassi di frequenza scolastica elementare calarono tra il 1926 e il 1936 e rallentò la crescita dell’accumulazione di capitale umano.
Negli anni Trenta, l’aumento nella speranza di vita si contrasse e aumentò il numero dei poveri, così come quello dei minori occupati. Nonostante il consenso tutt’altro che trascurabile, in specie dopo la felice conclusione della guerra di Abissinia, degli italiani, Mussolini ed il fascismo furono responsabili del mancato aggancio dell’economia italiana alle economie più evolute.
La guerra tragicamente dimostrò di non essere un set di cinecittà, come Mussolini l'aveva spacciata.
La storia macroeconomica della Repubblica si può suddividere in ben cinque fasi distinte:

L’età dell’oro 1945 1980
– I decenni Cinquanta e Sessanta (1951-1970), la vera età dell’oro dell’economia italiana, quando il PIL per abitante cresce a un tasso medio del 5,5%. Abolizione graduale e totale tra i fondatori della Comunità Europea: “Germania, Francia, Benelux” Il miracolo economico termina , nel 1970, dopo la stagione dell’Autunno caldo e prima degli shock petroliferi; per alcuni fattori di criticità interna del sistema Italia, in particolare per l’aumento del costo del lavoro superiore alla produttività), manifestatisi per cause interne già prima del peggiorare dell’economia internazionale e quindi indipendentemente da esso.
– Gli anni Settanta (1971-1981), continua l’abolizione dei dazi ed integrazione all’interno della Comunità Europea(l’età dell’argento) che vedono un incremento annuo del PIL pari al 2,9%, ma con una elevata inflazione pari al 13,7%. Essi sono seguiti da una fase che copre gran parte degli anni Ottanta (1982-1989) con un tasso di crescita solo leggermente più basso (2,8%) in cui invece si avvia il rientro dall’inflazione (rientro però più lento di quello degli altri Paesi occidentali), si alimenta a dismisura il debito pubblico per coprire i costi dello Stato sociale, in particolare si impenna il costo delle pensioni.
– Il periodo che va dal 1990– al 2008 Non solo si abolizione di dazi e capitali ma si delegano alla Commissione Europea importanti poteri,e in parte la sovranità nazionale.(anno della bancarotta della banca Lehman Brothers e della crisi finanziaria dell’Occidente) si può definirlo come l’età del bronzo, evidenzia un prolungato declino economico ed il PIL Italiano che aumenta a tassi inferiori rispetto al resto del mondo occidentale, in media di solo l’1,1% all’anno. Terminata la crescita drogata degli anni Ottanta la locomotiva Italia comincia a rallentare. Il declino dell’Italia con la scomparsa dell’industria di Stato, operativa in settori strategici, è strutturale e dipende sia dalla specializzazione industriale Italiana, con molte imprese a gestione familiare, operative in settori di basso valore aggiunto, sia dalle condizioni socio-politiche-sindacali che frenano innovazione e produttività.
– Dal 1990 al 1996 in un periodo di forte instabilità politica (cinque governi) il PIL si espande alimentato dalla spesa incontrollata per lo Stato sociale (pensioni in particolare). Dal 1996 al 2001 con Governi di centrosinistra il PIL si contrae ed il debito pubblico ed anche le spese per lo Stato sociale per soddisfare i parametri di Maastricht e permettere l’ingresso dell’Italia nell’euro. Dal 2001 al 2006 anche il Governo di centrodestra, nei primi anni, per rispettare i patti sottoscritti con l’UE riduce il debito pubblico e di conseguenza il Pil decresce, ma in vista delle elezioni del 2006 attua una politica monetaria espansiva aumentando il bilancio dello Stato a debito a favore di miriade di soggetti impegnati, anche nel cosiddetto “sociale”.
– Il Governo Prodi II, maggio 2006-maggio 2008, mantiene l’impegno a ridurre il debito, ma quando il traguardo di un debito pari al 100% del PIL è a portata di mano è costretto alle dimissioni dalle clientele politiche emarginate dalla politica di austerità.
- La classe politica italiana, per ridurre il debito ricorre timidamente alla riduzione della spesa sociale ingiustificata, ed irresponsabilmente continua nelle dismissioni di aziende e patrimonio statale, mentre esita ad attivare ed incentivare il generatore di reddito (investimenti) ovvero il settore manifatturiero, turismo, agricoltura servizi e tutta la R&S. Una fiorente economia di mercato è la principale fonte in grado di fornire risorse al mantenimento e miglioramento di uno Stato sociale più equo. Si vedrà nel prossimo capitolo come la Germania, dopo una decrescita economica decennale, iniziò una robusta ripresa economica riducendo contemporaneamente gli eccessi dello Stato sociale derivato dal XIX secolo e trasferendo risorse alle sorgenti della ricchezza: il settore manifatturiero e servizi operante in regime di libero mercato, rendendolo più competitivo.
Con l’introduzione dell’euro, e con una politica monetaria decisa dalla Banca Centrale Europea, condizionata dalla volontà tedesca di garantire stabilità a qualsiasi costo, ovvero bassa inflazione, l’industria manifatturiera italiana subì un drastico ridimensionamento dovuto anche alla liberalizzazione degli scambi commerciali con Paesi del Terzo mondo. Ormai la classe politica italiana si era espropriata di effettivi poteri decisionali sia in poltica economica sia in politica estera.
3.2.1 – La Cina nel WTO
11 Dicembre 2001 – La Cina entrò nel WTO.35 E da quel giorno il mondo subì il più grande cambiamento economico della sua storia recente. (vedere anche vol. VI e VII cap. VI…).
Nei giorni 9-13 novembre si svolse a Doha, nel Qatar, la quarta riunione ministeriale dell’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO). Essa sancì l’ammissione della Cina nel WTO e decretò il lancio di un nuovo round di negoziati multilaterali di liberalizzazione del commercio paragonabili per importanza a quelli dell’Uruguay Round (UR), che si erano conclusi nel 1994. I negoziati per l’ammissione della Cina nel WTO erano iniziati quindici anni prima, ma solo nell’ultimo biennio erano state raggiunte intese bilaterali prima con gli Stati Uniti e poi con la UE. I negoziati hanno riguardato soprattutto la misura e le modalità dell’apertura dell’economia cinese alla concorrenza estera e dell’adeguamento della legislazione nazionale agli obblighi previsti dal WTO in materia di protezione della proprietà intellettuale, di trasparenza degli appalti pubblici e di requisiti tecnici sui prodotti oggetto di commercio internazionale. Le misure di liberalizzazione, da attuarsi entro il 2005, avrebbero consentito alla Cina di conseguire nel medio-lungo termine benefici da incrementi dell’efficienza della struttura produttiva e, soprattutto, da maggiori flussi di investimenti diretti dall’estero (circa 40 miliardi di dollari all’anno nell’ultimo quinquennio), in particolare nel settore finanziario e in quello delle telecomunicazioni, con effetti positivi sulla produttività anche nei rimanenti comparti dell’economia. La Cina avrebbe tratto vantaggio dal più sicuro accesso ai mercati di esportazione, soprattutto nei settori più frequentemente sottoposti ad azioni anti-dumping, anche per la possibilità di ricorrere al sistema multilaterale di risoluzione delle dispute commerciali, nonché dal graduale smantellamento dei contingenti alle vendite di prodotti tessili e dell’abbigliamento nei mercati dei paesi industriali.
L’Italia con vari trattati aveva delegato Bruxelles alla firma di trattati commerciali con Paesi Terzi. La Cina che già in quegli anni era un temibile concorrente nel settore tessile con un aumento del PIL a 2 cifre condannerà alla chiusura parte dell’industria leggera italiana di ogni settore, che si muoveva sul libero mercato senza protezione governativa, senza barriere di brevetti, senza tecnologia. Il capitalismo familiare che gestiva migliaia di aziende fu la prima vittima della concorrenza cinese.
Il valore dell’interscambio commerciale tra l’Italia e la Cina aveva superato, nel 2001, i 10 miliardi di euro con un incremento del 14,3% rispetto all’anno precedente nel quale si era già registrata una crescita record del 37,6%. La bilancia commerciale dell’Italia con la Cina era caratterizzata, nel corso dell’ultimo decennio, del novecento, dalla presenza di costanti deficit che avevano raggiunto, nel 2000, l’ammontare massimo di 4.646 milioni di euro. Le importazioni italiane dalla Cina saranno all’incirca sempre 4 volte superiori alle esportazioni dell’Italia.






















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