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Le dimissioni di Berlusconi, 12 novembre 2011. Cronistoria di una congiura incruenta.

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    Progressisti lombardi Blog di informazione
  • 4 ott 2023
  • Tempo di lettura: 10 min

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22 settembre 2023 è morto l'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


26 settembre 2023 si è svolto il funerale laico al Quirinale alla presenza di tutto l'establishment politico e statalista Italiano









Dal Volume V L'Italia dal 2008 al 2011 della Collana : Breve Storia della Seconda e Terza repubblica e dello Stato Sociale di Silvano Zanetti


2.5.1 - Le dimissioni di Berlusconi, 12 novembre 2011. Cronistoria di una congiura incruenta.


Antefatto[1]. Nel novembre del 2011 il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano nominò Mario Monti Senatore a vita. Pochi giorni dopo, a seguito della crisi politica, economica ed internazionale che aveva portato alle dimissioni di Silvio Berlusconi, Monti assunse l'incarico di nuovo Presidente del Consiglio. Nell’emergenza (rischio di bancarotta finanziaria della Repubblica e altri problemi gravissimi) la classe politica italiana, come accaduto con il Governo Dini, prima di essere trascinata nel baratro, accettò di delegare temporaneamente il potere ad un tecnico “super partes” affinché facesse il mestiere sporco. Con lo spread oltre 500 punti, con la psicosi della bancarotta diffusa negli ultimi 4 anni per il fallimento della banca Lehman Brothers e poi di molte altre banche americane ed Europee, con la bancarotta della Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, l’opinione pubblica italiana non avrebbe mai accettato la bancarotta dell’Italia e ne avrebbe attribuito tutta la responsabilità a Berlusconi. Si rischiava un altro 25 luglio 1943 (la notte in cui Mussolini fu sfiduciato dal Gran Consiglio fascista).

Quando Berlusconi decise di rassegnare le dimissioni, il 12 novembre 2011, il Presidente Napolitano, che aveva ordito la tela per l’alternativa, accettò subito le dimissioni e incaricò il prof. Mario Monti, da poco da lui nominato Senatore a vita, di formare il nuovo Governo.

1) Occorreva un regista. Il Presidente Napolitano già da mesi aveva sondato ed ottenuto il consenso delle principali forze politiche e sindacali, e la disponibilità di Mario Monti a stare a capo del nuovo Governo. Per renderlo più accettabile all’opinione pubblica, lo aveva nominato Senatore a vita 3 giorni prima di conferirgli l’incarico a formare il Governo.

2) Occorreva sfiduciare in Parlamento il Governo, ma avere subito un sostituto più affidabile. Per analogia, nel luglio1943 anche il Re Vittorio Emanuele, prima di procedere all’arresto di Mussolini, aveva richiesto che fosse sfiduciato dal Gran Consiglio Fascista.

3) In parlamento occorreva che venisse meno la maggioranza che appoggiava il Governo, magari corrompendo alcuni Deputati. La stessa cosa si era verificata nel 2008 con il Governo Prodi. Una parte del PdL, guidata da Alfano e Casini, cattolici e democratici, turbati dai continui scandali sessuali del premier, e con l’appoggio delle gerarchie cattoliche, prepararono la scissione.

4) Occorreva preparare l’opinione pubblica alla sfiducia. Anzi, doveva essere l’opinione pubblica a reclamare le dimissioni. Berlusconi aveva infatti pensato già di giocare al rialzo. Un buon giocatore d’azzardo, per rifarsi, non ha altro da fare che puntare al rialzo. “In caso di sfiducia si va alle elezioni, si rivince e si mette a tacere tutti”. Così confidava Berlusconi.

5) Occorreva che Berlusconi, sfiduciato, fosse obbligato a non chiedere le elezioni che avrebbe potuto vincere. Come era accaduto nel 2008 dopo la sfiducia comprata a sfavore di Prodi. Lo scioglimento delle Camere è una prerogativa del Presidente della Repubblica. Napolitano non era amico del premier.

6) Occorreva il consenso o la neutralità delle massime istituzioni Occidentali (FMI, Stati Uniti, dove Obama aveva disapprovato il soldato Sarkozy forte del prestigio della guerra di Libia e deciso ad interferire in Italia) e della Germania, dove l’astuta Angela Merkel si era posta in attesa, ed infine della BCE con il supporto di Mario Draghi allora Governatore della Banca d’Italia. Tutti su posizioni neo liberiste e decisi a salvare l’Euro.

7) Occorreva la neutralità dei sindacati, indifferenti ai problemi macro-politici-economici purché non fosse minacciato il salario dei loro iscritti.

8) Occorreva l’appoggio o la neutralità, in nome dell’emergenza finanziaria, dei partiti di opposizione, in particolare della Sinistra da venti anni in lotta contro Berlusconi ed il suo impero nei media. Solo La Lega votò contro, Bossi disse: “Come si fa a votare un governo di non eletti!

9) Occorreva che contro Berlusconi ed il suo Governo non si verificassero azioni di rappresaglia, per garantire a Berlusconi il futuro del suo impero televisivo, ottenendo in cambio la fiducia o la benevolenza verso il nuovo Governo.

10) Era necessario che un Governo costituito solo da tecnici di alto profilo ottenesse una maggioranza amplissima.

11) Occorreva un’azione veloce, perciò era necessario un regista unico, quale fu il Presidente Napolitano.



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Il 5 agosto 2011 fu inviata una lettera segreta della BCE, a firma Trichet e Draghi, al Governo Italiano:


«Caro Primo Ministro,

Il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea il 4 agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani.

Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.

Il vertice dei capi di Stato e di Governo dell’area-Euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i paesi dell’Euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali».

Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.

Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:

1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.

a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.

b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2. Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.

a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.

b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.

c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.

3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.

Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.

Con la migliore considerazione. Claude Trichet - Mario Draghi»


L’EBA (“European Banking Authority”), nel mese di ottobre, su “ordine” del duo franco-tedesco, prescrisse alle banche dell’Eurozona di valutare i titoli di Stato acquistati ai prezzi vigenti al 30 settembre. Fu l’inizio della fine per i BTP, travolti dalle vendite, perché chi li aveva acquistati non poteva più annotarli al prezzo nominale di rimborso alla scadenza (100%). Inoltre, la misura fu avvertita dagli investitori quale conferma ulteriore che Italia e Spagna, in particolare, non fossero sicure e stessero per ristrutturare i loro debiti sovrani. La Deutsche Bank aveva dismesso già nel corso del primo semestre titoli di Stato italiani per oltre 7 miliardi di Euro. Da lì, partirono copiose le vendite, che fecero impennare i rendimenti sovrani dell’Italia.

Il 3 novembre 2011 Berlusconi arrivò a Cannes ma fu accolto con freddezza: al meeting del G20 era isolato, gli fecero capire che lui era “il Problema”. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy lo chiamano a rapporto insieme a un silenzioso Zapatero (che confermerà il tutto in un libro). Volevano che la Commissione UE e il Fondo Monetario mettessero sotto tutela i conti e il risanamento di Roma. Berlusconi provò a resistere. Ma dopo cena, davanti anche a Mario Draghi (BCE) e a Christine Lagarde (FMI) arrivò l’ultima offerta onorevole di Barack Obama: «Chiedete voi l’aiuto del Fondo». Berlusconi chiese a Giulio Tremonti che cosa volesse dire. Il Ministro del Tesoro gli spiegò che era una sorta di tutoraggio, ma che andava accettato.

Nella conferenza stampa al termine del G20 egli dichiarò: "Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni".

Il 5 novembre Berlusconi, ormai sotto euro-tutela, tornò a Roma per provare a recuperare quei 20 Deputati del PdL che gli avevano annunciato la sfiducia. Di fatto, alla Camera non aveva più la maggioranza. Ma non riuscì a recuperare i “traditori”. Perfino Gabriella Carlucci, che gli doveva tanto, lo salutò. Bobo Maroni andò in tv a dire che la maggioranza non c’era più. I suoi fidati gli consigliarono di dimettersi prima di martedì, quando si sarebbe votato il rendiconto. Berlusconi s’illudeva: «Basta resistere qualche settimana, e poi si va direttamente al voto».

Il 7 novembre La Reuters pubblicò la notizia all’alba: «Incalzata dai mercati e dai partner Europei, l’Italia ha deciso di porre sotto un monitoraggio a cadenza trimestrale del Fondo Monetario Internazionale i suoi progressi sulla riforma delle pensioni, del mercato del lavoro e sulle privatizzazioni». Gli uomini di Palazzo Chigi erano nel panico e negarono l’accordo attraverso le agenzie di stampa italiane: non meglio precisate “fonti ufficiali” smentirono che si fosse raggiunta l’intesa. Mentre piazza Affari crollava e lo spread con i titoli di Stato tedeschi volava a 462 punti, uscì invece il comunicato ufficiale che confermava tutto. Nelle ultime riunioni riservate, la Lagarde dell’FMI offrì 80 miliardi di dollari che Berlusconi a quel punto stava per accettare. Tremonti e i suoi sherpa sbiancarono: «Presidente, i soldi no. Questo sì che sarebbe il cappio finale». E gli spiegarono che per altro, se nel giro di poche settimane l’Italia avesse adottato misure serie, dall’FMI si potevano ottenere fino a 350 miliardi. Berlusconi rifiutò il mini-assegno.

La famiglia azienda si riunì ad Arcore. Mediaset crollava in borsa, alcuni gli dicevano di arrendersi, altri di resistere, convinti che con lui fuori da Palazzo Chigi per Mediaset sarebbe stata la fine. L’8 novembre 2011, mentre le Borse crollavano di nuovo, il rendiconto fu approvato in via definitiva alla Camera con 308 voti a favore e 321 astenuti. Ben undici Deputati del Centrodestra non parteciparono al voto ed addirittura 5, Giustina Destro, Antonio Buonfiglio, Fabio Gava, Giancarlo Pittelli, Roberto Antonione votarono contro. Il Governo non aveva più la maggioranza.

Berlusconi ebbe un colloquio di 45 minuti con Napolitano al Quirinale, i cui uffici subito dopo diramarono un comunicato: "Il Presidente del Consiglio ha manifestato al Capo dello Stato la sua consapevolezza delle implicazioni del risultato del voto odierno alla Camera; egli ha nello stesso tempo espresso viva preoccupazione per l'urgente necessità di dare puntuali risposte alle attese dei partner Europei con l'approvazione della Legge di Stabilità, opportunamente emendata alla luce del più recente contributo di osservazioni e proposte della Commissione Europea. Una volta compiuto tale adempimento, il Presidente del Consiglio rimetterà il suo mandato al Capo dello Stato, che procederà alle consultazioni di rito dando la massima attenzione alle posizioni e proposte di ogni forza politica, di quelle della maggioranza risultata dalle elezioni del 2008 come di quelle di opposizione", concluse la nota.

Lo spread sfiorò i 500 punti.

Il 9 novembre Berlusconi chiamò un paio di direttori di giornale per assicurare che si sarebbe dimesso, ma che dopo pensava a possibili elezioni “solo a inizio di febbraio”. Ma il finanziere Ennio Doris, socio a amico di una vita, implorò Berlusconi: «Silvio, le tue aziende stanno crollando in Borsa, devi andare via e lasciare il campo a Monti». Mediaset crollò ancora in Borsa.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nominò Senatore a vita il professor Mario Monti per aver onorato la patria con altissimi meriti in campo scientifico e sociale. Berlusconi avrebbe potuto anche non controfirmarla, ma come fare? Impazzava il toto-ministri e Monti già spiegava che c’era un “lavoro enorme da fare”. Le dimissioni di Berlusconi valsero subito 100 punti in meno di spread. Il differenziale Btp-Bund toccò il record storico di 574 punti. Il tasso di rendimento aveva superato il tetto del 7% su tutte le scadenze dei titoli. Lo spread ripiegò a 552 punti solo dopo che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con una nota, affermò: “Non esiste alcuna incertezza sulla scelta del Presidente del Consiglio di rassegnare le dimissioni”.

L’11 novembre 2011 il neo Senatore Mario Monti fu accolto in Senato con una standing ovation, come il salvatore della Patria (indice della frustrazione degli Italiani ingabbiati in una crisi economica e sociale senza fine), mentre il super-emendamento diventava legge.

Dopo l’approvazione del Senato, la legge di Stabilità passò in via definitiva alla Camera il 12 novembre 2011. Subito dopo Berlusconi si recò al Quirinale per rassegnare le dimissioni, tra i fischi della folla. A pranzo con Monti, aveva chiesto che almeno Letta fosse nominato vicepremier. I mercati, così gli si fece credere, non volevano più nessuno che fosse legato a Berlusconi.

Il 16 novembre 2011, dopo la formazione, la presentazione e il giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica del nuovo esecutivo guidato da Mario Monti, terminò ufficialmente il Governo Berlusconi IV con il tradizionale passaggio di consegne a Palazzo Chigi.

[1] Il resoconto sommario di quei giorni è desunto in parte dal sito della Camera dei Deputati: https://storia.camera.it/cronologia/leg-repubblica-XVI/elenco#nav


 
 
 

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